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Intervista a Pierluigi Grandinetti

Questa è la prima intervista di Tommaso, ancora studente curava una piccola rubrica di architettura su un magazine locale “events”. L’articolo risale al 2003 ed affronta il progetto di riqualificazione del Forte di Osoppo da parte dell’architetto Pierluigi Grandinetti.

Tom: Partiamo dalla strategia di progetto. Quali sono state le scelte guida dell’intervento al di là del recupero, come cioè si confronta il progetto con l’utenza contemporanea?

Pierluigi Grandinetti: E’ giusto innanzitutto sottolineare il ruolo che in questa operazione ha assunto la comunità di Osoppo, che si è fatta promotrice del recupero e della gestione del Forte. Innanzitutto attraverso un progetto politico prima che tecnico, che partiva dall’idea di riappropriarsi di questo luogo storico. E’ importante il valore della progettazione politica che in questi anni si sta purtroppo perdendo e di conseguenza della necessità di un progetto, che in questo caso è diventato strumento di direzione ed indirizzo, che possa andare a coinvolgere, come è successo, tutti gli enti pubblici interessati per un obbiettivo unitario.

Il tema

Il tema del progetto è stato innanzitutto il parco che in questo specifico caso diviene anche museo all’aperto e infine si configura quale luogo disponibile ad eventi di varia natura. In questi anni il Comune sta organizzando puntualmente la Festa al Forte (purtroppo non la fanno più n.d.t.) che ne permette la riscoperta. Durante questa manifestazione ci saranno iniziative di carattere artistico che interesseranno la varietà dei luoghi.

TOM: Tutto l’intervento va a collocarsi in quello scarto tra la situazione attuale e la memoria di ciò che è stato. Ci spieghi questo interessante approccio al tema del restauro e della conservazione del patrimonio storico.

PG: La domanda è significativa ed in qualche modo contiene già la risposta. Essa si riferisce agli interventi nuovi realizzati per mettere in funzione parti storiche e consentirne l’uso. Ho cercato di conservare i ruderi nella loro integrità, lasciando spazio all’immaginazione. Ci sono altri due aspetti che vanno richiamati, il primo rigurada il rapporto tra natura e storia, nel tentativo di recuperare un equilibrio tra “conservato” e “ripristinato” tra la vegetazione, assolutamente straordinaria, ma invadente. Il secondo aspetto riguarda la stratificazione di questi luoghi, continuamente modificati dal tempo e dalla stori, che va anch’essa conservata.

TOM: Quali occasioni si auspica per il suo progetto e soprattutto, provocatoriamente, come pensa potrebbero essere utilizzati questi spazi in un futuro ora lontano ma non per questo non presumibile?

PG: questa architettura che lei (mi dava del lei robe da matti! n.d.t.) ha definito immateriale ha due altre connotazioni che mi piace richiamare e che vanno in controtendenza rispetto all’architettura oggi “alla moda”. Io penso ad un’architettura “provvisoria” e “reversibile” di contro all’idea di un’architettura eterna, come pensano molti miei colleghi. Penso ad un’architettura “povera”, sia per necessità sia perchè ciò ti costringe ad una ricerca dell’essenzialità. Il futuro quindi è molto aperto. Ricordo ad esempio di aver provato una forte emozione quando U.T. Ghandi ha voluto utilizzare la chiesa di San Pietro, anzi la sua area archeologica, come scena per i suoi spettacoli musicali, reinventando in questo lo spazio.

TOM: Per concludere, in questo magazine si parla delle più importanti figure della scena architettonica del ‘900 che hanno operato in Friuli. Cosa si auspica lei come professionista e quale futuro peri i giovani che lavoreranno in questo contesto?

PG: Mi auguro che si riallacci un filo rosso di continuità con l’esperienza dell’architettura friulana moderna da D’Aronco a Midena, che ha sempre legato assieme tradizione ed innovazione. E mi auguro che i giovani si riavvicinino all’architettura intesa come mestiere sporcandosi le mani nel cantiere e legando assieme la cultura e la pratica del progetto.

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