Perchè fai l’architetto?

Nell’ultimo post (che potete leggere qui) abbiamo cominciato a raccontarvi del nostro primo incontro con Michele e Renata. Due giovani clienti desiderosi di realizzare la loro nuova casa. Vi abbiamo detto come ci hanno spiazzato facendoci una lunghissima serie di domande più o meno tecniche alle quali noi abbiamo cercato di rispondere punto su punto.

Ma in fondo Michele e Renata non ci hanno fatto la DOMANDA quella fondamentale ma che nessuno alla fine fa mai. E che in realtà dovrebbe essere la prima perché da questa potrebbero capire meglio chi siamo indipendentemente dalle nostre conoscenze tecniche e professionali.

E dal momento che siamo certi che nessun cliente ce la farà mai cogliamo l’occasione di questo post per farcela l’un l’altro…


Tommaso: Allora Christian sei pronto?

Christian: Abbastanza dai.. anche se so che è tosta

Tommaso: Bene dai… Allora PERCHE’ FAI L’ARCHITETTO?!!

Christian: Bhè, perché ho studiato per riuscire a fare quello che mi sembrava un buon mestiere cercando di dare poi un seguito alla scelta avvenuta alla tenera età d 15 anni.

Il percorso è stato ricco di eventi, incontri, viaggi, emozioni, nozioni e gioie mescolate a una buona dose di caparbietà, tenacia, ingegno, umiltà e pazienza.

Una bella sorpresa scoprire che il mestiere scelto, svolgendolo poi, è risultato pieno di quelle sfumature e contenuti sostanzialmente identici al percorso fatto per raggiungerlo.

Ecco questo è il vero motivo. Faccio l’architetto perché farlo è un continuo viaggio formativo, non perché rappresenta un livello raggiunto , ma perché la materia trattata è talmente ampia che ti permette sempre di provare quella sensazione di “prima volta” che rende unici i risultati raggiunti. Risulta del tutto evidente poi che l’esperienza inspessisce il grado di soddisfazione che alle prime armi risulta poco costante, sfuggente o disordinato.

Lo faccio perché poi quei picchi di soddisfazione che si distillano dopo aver portato a termine un lavoro fatto di ascolto, e di gestione di infiniti fattori. Di costruzione fisica di un oggetto, sia che sia una casa, un giardino o solo un mobile d’arredo, sono talmente alti, forti e intimi che difficilmente si possono spiegare.

Lo faccio perché posso gestire il tempo e le regole del gioco.

Lo faccio perché sono figlio di un falegname, artigiano e imprenditore di se stesso. Ed essendo che un po’ dai genitori si eredita, credo di farlo perché mi sento artigiano e imprenditore di me stesso.

Lo faccio perché mi da gioia pensare che le persone si affidano alla tua potenzialità di pensiero, progettazione e gestione delle operazioni di costruzione.

Lo faccio perché sono curioso e mi diverto a trovare in tutto quello vedo il senso della composizione, dell’accostamento, della luce, di vibrazioni date dalle diverse texture. E quando non riesco a trovarlo mi sforzo per riuscire ad individuare nella mia mente, la soluzione che potrebbe trasformare quello che vedo in qualche cosa di particolare.

E adesso Tom … specchio riflesso!


Tommaso: Vengo da una famiglia di architetti: nonno, mamma, papà. Fino a due mesi prima di iscrivermi all’Università di Architettura volevo fare o filosofia o lingue orientali (giapponese). Anche perché i genitori di cui sopra avevano provato in tutti i modi a scoraggiarmi dal seguire le loro orme.

E poi bho? Credo sia scattata una sorta di consapevolezza di un imprinting architettonico a cui ero stato sottoposto da sempre. In fondo avevo frequentato cantieri da quando ero bambino ed avevo sentito parlare di architettura ogni pranzo e cena della mia vita.

E fin qui mi pareva facile. Fino a quando poi ogni persona che incontravo mi ripeteva “ah bhe con lo studio di mamma e papà sarà facile…”.

Ed allora ho cominciato a fare l’architetto per dimostrare che lo potevo essere indipendentemente dalla mia famiglia. Riuscirci da solo con le mie forze.

Al momento penso di esserci riuscito e di aver dimostrato, prima di tutti a me stesso, quello che dovevo dimostrare. Quindi ora vivo la cosa con la massima serenità.

E ora posso fare l’architetto unicamente per gli altri, non per la mia famiglia e non per me stesso. Unicamente gli altri, i nostri clienti.

Ecco si faccio l’architetto tendenzialmente perché è il modo migliore che conosco al momento per far felici le persone. Non è che mi riesca sempre, a volte dò loro molti pensieri ne sono consapevole, ma solitamente li rendo felici e questo rende felice me.

Di base a differenza tua, non lo faccio per cercare la forma piuttosto che la composizione, per me la composizione non è architettonica ma operativa. Cerco di comporre i pezzi affinché le cose accadano, mi diverte costruire le occasioni affinché nascano dei nuovi lavori, mi piace capire i clienti, gestire gli altri professionisti governare il processo gestire il cantiere.

Si mi piace architettare le cose piuttosto che le architetture. Anche perché non sono bravo ad imporre la mia visione formale mi riesce meglio dare suggerimenti credo…

Faccio l’architetto perché in fondo come dici tu, ed il tuo collega senatore più famoso di te, mi diverte questa cosa che alla fine sono viaggi diversi che fai ogni volta un po’ nel mondo un po’ nella mente degli altri e molto dentro te stesso.


LA LEZIONE DI OGGI:

1. Cercate di capire che cosa spinge un architetto a fare il suo mestiere. Cercate di vedere la passione che ci mette ogni giorno ed in ogni sua azione e decisione. Solo se troverete un architetto appassionato potrete essere certi di avere un lavoro fatto con il cuore, che alla fine fidatevi è la cosa che conta di più.


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