Architetture che non mostrano le mutande

Rispetto al quantomai variegato panorama delle emergenze nelle quali quotidianamente s’imbriglia il nostro mondo pare assai difficile che l’architettura possa vantare un ambizioso ruolo salvifico, anzi il suo peso in tutto ciò è forse assai più marginale di quanto noi architetti vorremmo illuderci essere.

 

Una riflessione tuttavia si può proporre.

 

A vista”… è un termine assai usato in questo periodo storico-culturale, “a vista” il reggiseno delle presentatrici televisive, “a vista” i boxer o i tanga dei ragazzi a passeggio nei centri delle città, “a vista” gli impianti elettrici nei negozi dei centri commerciali ma anche nei loft metropolitani. Il cemento delle architetture contemporanee è rigorosamente faccia “a vista”.

 

Ma forse questa condizione di disvelamento a prima vista è la strada più semplice, forse dovrebbe esistere una bellezza privata, accessibile solo a pochi sguardi eletti. Questo continuo manifestare ogni più intima qualità anestetizza progressivamente il buon gusto collettivo. E mentre da un lato si alza il livello di volgarità e banalità diffusa contemporaneamente si perde definitivamente il senso di mistero e la meraviglia!

 

L’architettura non si sottrae a tutto ciò, una crisi interna è proprio rappresentata dalla costante ricerca del voler stupire al primo sguardo del voler mostrare tutto e subito.

 

Le città sono composte da frammenti che giocano partite solipsistiche, edifici che puntano ad emergere piuttosto che ad integrarsi. Trovate sempre nuove nelle quali è l’operazione scenografica mista all’uso di una tecnologia ipertrofica a prevalere rispetto alla ricerca di un racconto urbano.

 

La partita deve essere giocata non sul piano reazionario, congelando la disciplina, quanto piuttosto sul piano di un costante ascolto del contesto (storico, morfologico, sociale, ambientale, economico) e sulla formulazione di risposte architettoniche che vadano a lavorare sulla micro-ibridazione del patrimonio architettonico comune con nuovi lessici. Edifici che appaiono come attori ben usi a calpestare i palcoscenici del nostro mondo ma con nuove storie da raccontare, edifici in sostanza che non mostrano le mutande

 

(testo in “ATTRAVERSAMENTI 09 biennale di architettura diffusa” catalogo della mostra)

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