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Non passerà alla storia come una Biennale di fondamentale importanza e che manifesta o dichiara un forte segno di svolta nelle dinamiche pratiche e teoriche della disciplina. Ma di fatto il tema affrontato e che è stato messo al centro del dibattito dalle curatrici è un tema di prim’ordine quando si tratta di affrontare una qualsiasi partita progettuale.

Lo spazio libero infatti non è un “vuoto” senza peso e di risulta dalla presenza di altre cose “piene” progettate nelle immediate vicinanze, bensì un elemento da tenere sotto controllo, a cui dare forma e da risolvere. Aggiungendo forse che non avendo una specificità tecnica che lo governa lo potremmo considerare addirittura più complicato e interessante da gestire. Se non altro perché in molti casi, vedasi la maggior parte delle periferie, questo è davvero generato dalla sola distanza dalle cose costruite, col risultato di aver sprecato un enorme potenziale.

Con un filo di nostalgia ma con la certezza di aver bene appreso la lezione ci tornano in mente i periodi della nostra tesi di laurea basata appunto su una architettura a “zero cubatura”.

Altrettanto interessante l’ulteriore interpretazione del tema che spicca vagando per i padiglioni, e cioè quasi il punto diametralmente opposto a quello appena descritto. Uno spazio interno ma aperto alla proprio utilizzo liberamente, uno spazio polifunzionale che sfrutta la propria potenzialità nell’influenzare i diversi fruitori o al contrario si fa duttile ai diversi usi organizzati lungo l’arco della giornata o con altre scansioni temporali , quali le stagioni ecc.

Questa Biennale l’abbiamo affrontata così, come uno spazio libero, un parco a tema pieno di grandi giostre e istallazioni curiose e apprezzabili anche dai più piccoli.

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